Caduta libera

In principio era la RAI…

…e la RAI era il Verbo, con le sue liturgie e i suoi sacerdoti, e i programmi che accompagnarono la nostra infanzia: lo Zecchino d’Oro, Pinocchio di Comencini, Oggi le Comiche, Canzonissima vista insieme alla zia Claudia e le dirette sportive interrotte per trasmettere i programmi del palinsesto.

Poi, un bel giorno, arrivarono TV Koper Capodistria e la TV Svizzera: il muro di Via Teulada era caduto per sempre, il monopolio sportivo della RAI, finalmente, stava terminando.

 

Allons enfants!

Karl Schranz

La storia del Rally di Montecarlo del 1966 è nota: le  Mini Cooper ‘S’ di Makkinen, Aaltonen e Hopkirk avevano trionfato, lasciando al quarto posto la Citroen DS di Toivonen, salvo poi venire squalificate in modo discutibile consegnando così la vittoria alla casa francese.

Questo vizietto transalpino si ripresentò alle Olimpiadi di Grenoble del 1968. A Karl Schranz, immenso campione austriaco, fu concesso di ripetere la seconda manche dello slalom speciale dopo che, nella nebbia, un giudice di porta pare gli avesse attraversato la pista. Schranz vinse, salvo essere poi squalificato a posteriori, lasciando così che l’altrettanto immenso Jean Claude Killy, francese, temporaneamente secondo, vincesse il terzo oro dopo slalom gigante e discesa libera.

Morale delle due storie: in Francia, meglio non avere un francese alle spalle.

Il povero Schranz fu poi squalificato dal presidente del CIO, il controverso Avery Brundage, prima delle Olimpiadi di Sapporo, con l’accusa di ‘professionismo’. Era decisamente un altro mondo: ora, con le Olimpiadi si possono arricchire anche molti atleti, diversamente da quando questo privilegio era riservato  ai soli membri del CIO.

Tutti a sciare

‘Paquito’ Fernandez Ochoa

Per una famiglia di sportivi, in particolare sciatori, qual era la mia, l’avvento delle televisioni estere fu un cambiamento epocale. Mio padre seguì in diretta le Olimpiadi di Sapporo del 1972. Le gare si svolgevano a notte fonda, e ci aspettavamo tutti che Gustav Thoeni, rivelatosi al mondo nel 1971, fosse tra i protagonisti. In effetti Thoeni a Sapporo vinse il gigante, la combinata, e l’argento nello slalom in cui fu preceduto da Francisco Fernandez Ochoa, sorpresa, ma non troppo, spagnola. Furono le ultime Olimpiadi in bianco e nero: la TV Svizzera avrebbe trasmesso quelle del 1976 a colori.

I miei genitori avevano poco più di trent’anni e mi portavano a sciare in molti posti diversi, spesso con i loro amici. Quando incominciai a partecipare con successo ad alcune gare il mio impegno sportivo venne preso molto sul serio. Il maestro Zanetti, mio maestro elementare di cui ho parlato in un altro numero delle cronache, non amava che io mi assentassi per tanto tempo: come ho scritto, odiava ferocemente l’Austria, e immagino che vedesse con sospetto la mia passione per lo sport nazionale dei perfidi confinanti.

Per evitare grane, venivo dato per malato e sciavo con occhialoni e foulard da bandito del Far West, perché non mi abbronzassi. Al crescere dei giorni di assenza, però, i miei genitori dovettero informare il maestro Zanetti. Di fronte ai risultati scolastici comunque ottimi, il maestro non poté opporsi, ma ogni volta che le assenze superavano i tre (o cinque?) giorni di assenza era necessario il permesso dell’ufficio sanitario perché potessi tornare a scuola. Il dialogo che si instaurava fra i miei nonni, che mi accompagnavano, e il dottore dell’ufficio, era generalmente come questo:

“Il bambino cos’ha avuto?”. “E’ stato a sciare”. ” E allora cos’è venuto a fare?”. “Per la riammissione a scuola”. “Non posso fare il certificato, se non è stato malato”. “La segreteria vuole il certificato”. ” Va bene, allora mettiamo che ha avuto l’influenza”. Così, con il certificato che garantiva sulla mia guarigione da una malattia mai avuta, potevo rientrare a scuola.

Alle scuole medie la mia attività sportiva, che si era via via intensificata, non era gradita: la preside, di comprovata fede comunista, mal sopportava che questo figlio di genitori borghesi si cimentasse in un’attività che potevano permettersi solo i padroni o i montanari, ed io non ero nato sull’Appennino. Il professore di applicazioni tecniche, sindacalista CGIL, non mancava di rimarcare il suo disprezzo. Eravamo a Reggio Emilia negli anni ’70 e il PCI raccoglieva circa il sessanta per cento dei voti: con tutta evidenza uno sciatore cittadino era un nemico della classe operaia. Andrey Vyshinsky avrebbe concluso la sua arringa con “Fucilate questo sciatore rabbioso!” [1]. Solo i miei voti, eccellenti nonostante le tante assenze, mi tenevano al riparo dal plotone di esecuzione stalinista.

[1]”Fucilate questi cani rabbiosi! Morte  a questa banda che nasconde al popolo i propri denti feroci, gli artigli d’aquila! Basta con l’avvoltoio Trotsky, dalla cui bocca gocciola un sangue velenoso, che putrefà i grandi ideali del marxismo!“. Andrey Vyshinsky

La “Valanga Azzurra”

…fu il soprannome, orrendo, dato ad un gruppo di atleti formidabili: negli anni ’70, come accadde molti anni dopo con Alberto Tomba, tutta l’Italia sciava assieme alla cosiddetta “Valanga Azzurra“: Thoeni, Gros, Plank, Giordani, erano nomi noti al grande pubblico. Per gli appassionati c’erano anche Schmalzl, Radici, Varallo, Pietrogiovanna, Stricker, Anzi, Besson.

Gustav Thoeni vs. Ingemar Stenmark

Lo slalom parallelo finale della Coppa del Mondo del 1975, che vide Gustav Thoeni contro Ingemar Stenmark, si svolse in Val Gardena davanti a quarantamila spettatori e a milioni di persone incollate, come me, davanti alla televisione. Il filmato della discesa finale, a quarantanni di distanza, mi fa venire ancora la pelle d’oca. Io, giovane promettente sciatore, avevo preteso di avere gli stessi sci con cui correva Gustav Thoeni, un paio di Spalding Persenico ‘Numero Uno’ rosso brillante. La somiglianza fra me ed il grande campione terminava lì, ma era pur sempre meglio di niente: sognare costava quanto un paio di sci da slalom.

Al Sestriere

E così, assieme ai miei genitori e a mia nonna Nilde, su cui si scriveranno molte Cronache Mauriziane, stavamo trascorrendo qualche giorno al Sestriere, all’Hotel Cristallo.

Era una giornata nuvolosa, di quelle in cui la luce grigia e uniforme di un cielo che promette neve appiattisce i contorni di buche e cunette. Iniziai a salire lungo lo skilift, guardandomi intorno. Avrò avuto dodici o tredici anni, e naturalmente avevo ai piedi i miei Spalding Persenico ‘Numero Uno’ rossi. Dopo l’allenamento del mattino, ero tornato a sciare da solo, giusto per il gusto di farlo.

Salivo sullo skilift, appoggiato sui bastoncini, come sempre. Nella luce lattiginosa, sulla sinistra, vidi una bellissima gobba, di quelle che ti invogliano a saltare: occasione perfetta per qualche metro di volo.

Arrivai in cima allo skilift e girai a sinistra. Bisognava superare un piccolo gruppo di alberi e prendere una spinta sufficiente. La pista era piuttosto facile, quindi rimasi a trenta o quaranta metri da dove avrei iniziato il salto, che la luce lattiginosa lasciava appena distinguere, così da raggiungere una velocità sufficiente. Un gruppo di tre o quattro ragazzi era fermo proprio sulla gobba: si voltarono, fissandomi.

Iniziai ad agitare le braccia facendo segno di fare spazio. Lentamente, si spostarono senza distogliere lo sguardo da me che mi agitavo. Ora lo spazio era sufficiente, pronti, via: due spinte e un paio di passi di pattinaggio, poi posizione a uovo. L’obiettivo si stava avvicinando, la velocità cresceva, mancavano pochi metri.

“E caddi, come Vil Coyote cade”

(Dante, Inferno, canto V) La pista mi esplose improvvisamente sul viso, e il mondo sparì ingoiato da una nuvola di neve. Rimbalzai, rotolai, strisciai e finalmente l’orizzonte si fermò, ritornando ad avere una logica. Nulla di quello che mi era capitato aveva un senso. I ragazzi arrivarono verso di me, riportandomi sci, racchette, cappello e occhiali, che si erano sparsi per la pista.

Mi ci volle un po’ per riprendermi. Mi voltai verso il punto da cui venivo, e capii: la gobba da cui volevo spiccare il volo era in realtà il bordo, verso valle, di una strada, tagliata nella montagna, il cui altro lato, da cui io ero precipitato, era la massicciata di contenimento della strada stessa, alta circa due metri e mezzo. Invisibile dal punto in cui mi ero lanciato, nella falsa luce di quel giorno, e perpendicolare alla mia traiettoria.

Arrivato in posizione rannicchiata ‘a uovo’ e con lo sguardo fisso sul bordo della gobba, il terreno mi era mancato sotto i piedi senza che facessi in tempo ad accorgermene, fino all’impatto con la strada, fortunatamente ricoperta anch’essa di neve: come Vil Coyote (Wile E. Coyote), precipitato dall’alto fino sul fondo del canyon, ma senza poter salutare lo spettatore. Sono certo, però, che i tre o quattro ragazzi che assistettero alla scena abbiano visto uno spettacolo degno della migliore tradizione dei cartoni Warner Bros.

In gara col Campione

C.I.A. Cortina 1979: cacciatori di autografi!

Gustav Thoeni partecipò per l’ultima volta ai campionati italiani assoluti nel 1979, a Cortina d’Ampezzo, dopo una carriera leggendaria.

Furono gli ultimi a cui partecipò anche Leonardo David, che conoscevo e che era già un campione vero. Cadde in prova in discesa, cadde ancora a Lake Placid, e la sua cometa luminosa si spense.

Vi partecipai anch’io, che non avevo compiuto 17 anni e campione non sarei mai diventato e fu come per un chitarrista dilettante suonare sul palco con Jimmy Page.

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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