Cattive letture

Io e Diabolik siamo nati nel novembre del 1962.

Come testimonia la copertina qui a fianco, per l’appunto datata Novembre 1962, anche dall’altro lato del mondo il mio arrivo fu celebrato degnamente, innalzando i calici: mi piace pensare che un esercito di conigliette abbia festeggiato la mia nascita; in realtà, stavano probabilmente celebrando la venuta al mondo di un nuovo futuro cliente della rivista.

Erano trascorsi solo 17 anni, un’inezia, dalla fine della seconda guerra mondiale. L’Italia stava cambiando: il Paese di contadini che aveva perso la guerra si avviava a diventare una potenza industriale. I Cinesi eravamo noi.

Entrambe le famiglie dei miei nonni erano passate indenni attraverso la guerra, e negli anni successivi avevano raggiunto, come tante altre famiglie italiane, un benessere economico del tutto rassicurante. I miei genitori, ad un certo punto, possedevano una spider Alfa Romeo 2600. Mio nonno, come sapete già se leggete le Cronache, aveva una Buick. In casa c’era naturalmente la televisione, in bianco e nero e con i due soli canali RAI.

Non è mai troppo tardi

Agli inizi degli anni 60, per ridurre l’analfabetismo del Paese, la RAI aveva iniziato le trasmissioni giornaliere di ‘Non è mai troppo tardi‘, ‘Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta’: il programma, condotto dal maestro Manzi, era una specie di scuola serale a distanza e riuscì a fare conquistare la licenza elementare a un milione e mezzo di italiani. Fu così che io, lasciato davanti alla televisione da solo prima di cena, imparai a leggere in età prescolare: ‘Non è mai troppo tardi’, per me, era diventato inaspettatamente ‘Non è mai troppo presto’.

Ero troppo piccolo per conservare il ricordo dell’episodio, che mi fu raccontato dai miei genitori: pare che, guardando il quadro degli strumenti dell’Alfa 2600, io abbia sillabato ‘OIL’. Se è vero che “ogni scarrafone è bello a mamma soja”, ai miei genitori deve essere parso di avere in casa la reincarnazione di Victor Hugo: da lì a poco avrei incominciato a passare le mie giornate presso la zia Claudia, maestra in pensione e sorella di mio nonno Adeodato, che mi scolarizzò e, in senso esteso, educò.

Lezioni private

La zia Claudia, che adoravo, aveva riprodotto per me una classe in miniatura: lavagna, carta geografica, cartelli alle pareti, pallottoliere. C’era tutto quello che avrei trovato a scuola compreso il banco: uno solo, il mio. Vedova, senza figli, diceva che con me ‘era ritornata giovane e lieta‘. Non è un caso che mia figlia porti lo stesso nome: zia Claudia fu la mia maestra nel senso ampio e nobile del termine.

Il 1° ottobre 1968 mi presentai alla scuola ‘Edmondo de Amicis’, a pochi passi dalla casa della zia, che sapevo già leggere e scrivere.

Il maestro Rubens Franceschini era un po’ più giovane di mia zia, che era nata nel 1890: sarebbe andato in pensione dopo la seconda elementare, e quindi si può stimare che fosse nato nel primo decennio del secolo. Era un buon maestro e detestava la musica leggera. Una delle sue battute preferite era che i cantanti erano “cani, ma tanti”: se avete riso, vi serve un buon dottore, se invece avete fatto solo finta di ridere, come facevamo noi, vi ringrazio per la solidarietà.

In breve tempo divenni facilmente uno degli alunni più bravi, fra i preferiti del maestro. Odiatemi pure, se avete sempre pensato che il vostro maestro elementare ce l’avesse con voi: sì, ero uno dei suoi ‘cocchi’.

Di nascosto da Franceschini, che portava in classe un giradischi con cui ascoltavamo a più riprese ‘Pierino e il lupo’, avevo però iniziato a seguire il Festival di Sanremo, di cui ricordo chiaramente Gianni Morandi e il primo Rosalino Cellammare: il convento della zia o della nonna passava questo, mica i Credence Clearwater Revival.

Passavo i pomeriggi a leggere, perdendomi nei mondi meravigliosi in cui solo la fantasia ti può trasportare. Leggevo tutto: giornali, libri, fumetti.

Un bambino bravo e buono

All’epoca, oltre a Topolino e ai suoi cloni, avevano incominciato ad uscire in edicola certi fumetti che incappavano regolarmente nelle ire della censura: Diabolik in primis.

Io, che a quel punto passavo molto tempo con i miei nonni materni e probabilmente mi ero anche un po’ stancato di dovere essere sempre buono e bravo, condizione inumana che porta alla pazzia o a diventare un killer seriale, scoprii i fumetti ‘noir‘. La paghetta settimanale incominciò ad essere impiegata nell’acquisto di letture peccaminose: non solo Diabolik, ma, attratto forse dai titoli o dai bei disegni di Magnus, anche Kriminal, e addirittura Satanik. Non ci capivo molto, ma mi piacevano, e non ci vedevo nulla di male. Chi non avrebbe voluto guidare una Jaguar E-type con a fianco Eva Kant?

Fu così che mia nonna scoprì che il nipotino, delizia del genere umano, stava cadendo preda di forze oscure: ad una nonna nata nel 1914 non si poteva chiedere di apprezzare le sorelle Giussani, Magnus e Bunker. I titoli di copertina erano prove sufficienti: Diabolik, Kriminal, Satanik.

Un triste pomeriggio, a sorpresa, vidi arrivare a casa dei nonni il maestro Franceschini: la lunga mano della legge era lì per me. Avrei preferito ascoltare ancora una volta, legato alla sedia, “Pierino e il lupo”, piuttosto che smettere di leggere i miei fumetti, ma dovetti cedere all’intimazione dell’autorità.

Il mondo era ritornato al suo posto, il bambino era tornato buono, l’ordine ristabilito, la pace assicurata.

Nonostante la mia redenzione, da lì a poco l’universo rassicurante del maestro Franceschini sarebbe stato divorato dalle fiamme: il bianco e nero della TV nel salotto buono, il Festival della Canzone Italiana, la tranquillità della provincia avrebbero lasciato il posto a Jimi Hendrix che bruciava la Fender sul palco, al napalm che bruciava la pelle in Vietnam, alle femministe che bruciavano i reggiseni.

Nell’edicola vicino casa dei nonni, dopo qualche anno, iniziò ad apparire “Zora la Vampira”: questo, però, né il maestro Franceschini né mia nonna l’hanno mai saputo.

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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