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Scuola elementare Edmondo de Amicis vs. Austria

Il Colosseo di Reggio Emilia

La scuola elementare Edmondo de Amicis accoglieva bambini di varia estrazione, perché pur trovandosi nell’esagono storico di Reggio Emilia, quando la borghesia reggiana ancora ne popolava il centro, era anche vicina al famigerato ‘Colosseo’, un palazzone rotondo al di là della ferrovia che, come spesso accade alle ferrovie, segnava il confine fra due zone della città. Le finestre aperte sul lato esterno gli davano un aspetto che ricordava l’Anfiteatro Flavio [1], da cui il nomignolo.

Non credo che all’interno ci fossero quadrupedi feroci, ma di storie tristi i muri del palazzo ne avevano viste parecchie, e nella nostra scuola elementare arrivavano anche bambini in difficoltà.

Il maestro Zanetti era un uomo di corporatura normale, stempiato come mio nonno, con un viso affilato. Un brav’uomo, ottimo insegnante, appassionato studioso del Risorgimento. Fra i nostri genitori girava voce che da giovane fosse andato volontario in Libia.

Definirlo appassionato è riduttivo: Zanetti manifestava una vera ossessione maniacale per il Risorgimento italiano. Non c’era battaglia, patriota, impiccagione di rivoluzionario carbonaro che non conoscesse e che non dovessimo studiare: ricordo chiaramente di avere imparato a memoria un discorso di Giuseppe Mazzini, la poesia ‘Sant’Ambrogio‘ di Giuseppe Giusti, e letto numerose parti di ‘Le mie prigioni‘ di Silvio Pellico.

Avanti, Marsc!

Se avesse potuto, durante le ore di educazione fisica, il maestro Zanetti ci avrebbe insegnato a lanciare la stampella contro il nemico (sempre austriaco) come Enrico Toti: si limitava invece a farci marciare in fila per due, impartendoci i comandi dei plotoni militari: “Avanti, marsc!” “Compagnia, alt!” “Attenti!” “Fianco dest, dest!” e così via. Oggi i bambini chiamerebbero il Telefono Azzurro con il cellulare, noi ubbidivamo e marciavamo compatti, in una stanza di venticinque metri quadrati, come i quarantaquattro gatti.

Zanetti odiava visceralmente gli Austriaci: tutti gli Austriaci, credo. E’ possibile che abbia odiato anche Niki Lauda, usurpatore pure lui, che Regazzoni avrebbe potuto vincere il titolo se non fosse stato per il perfido austriaco.

Considerato comunque che nel seguito dei miei studi molti professori trascurarono sia la geografia che la storia d’Italia, devo ammettere che debbo a lui se sono tra i pochi che ancora si ricordano dell’esistenza del Molise.

Il maestro Zanetti mi voleva bene, ed era da me ricambiato. Del resto, volermi bene è facile, come tutti ma proprio tutti coloro che mi conoscono, nessuno escluso, possono testimoniare se opportunamente torturati. In realtà, non ci sarebbe stato alcun bisogno di torturare il maestro: ero bravo, educato, diligente, e con lui mi sono sempre trovato bene, negli anni dalla terza alla quinta elementare, quando venne a sostiture il maestro Franceschini che era andato in pensione.

Com’era buona tradizione della scuola elementare di quegli anni, lo studio della geografia d’Italia era preso sul serio, tanto che tenevamo diligentemente un quadernone, in cui ogni regione d’Italia aveva il suo spazio e in cui venivano elencati i confini, i capoluoghi di provincia, i fiumi e via dicendo. Capitò così che dopo la Liguria, il Piemonte, la Val d’Aosta e Lombardia, si arrivasse al Veneto.

I confini del Veneto

Ricordo come fosse oggi che il Veneto era una macchia rosa sulla ‘Carta Politica d’Italia’ appesa sulla parete alle spalle del maestro. Iniziammo a scriverne sotto dettatura i confini: ad ovest la Lombardia, l’Emilia Romagna a sud, e poi il mare Adriatico, il Trentino Alto Adige, e il Friuli Venezia Giulia. Qui il maestro si fermò: fine dei confini del Veneto.

Qualcosa non tornava: la carta geografica, per un breve tratto, metteva a contatto il rosa del Veneto con un terreno giallo marcato sinistramente ‘Austria’. Era evidente che il maestro s’era sbagliato: la carta geografica non lasciava spazio al dubbio. Alzai la mano: “maestro, il Veneto confina anche con l’Austria”. “No. Veneto ed Austria non confinano”.

Nella vita capita di dovere decidere da che parte stare: io scelsi la carta geografica e, abbassati gli occhi sul quadernone, aggiunsi “Austria” alla lista dei confini del Veneto.

Il maestro Zanetti se ne accorse. Si alzò dalla cattedra, venne verso di me e lesse: “Austria”. Il volto gli divenne paonazzo mentre la luce sinistra di una imprevedibile, transitoria follia gli illuminava gli occhi, ed iniziò ad urlare: “Ho detto che il Veneto non confina con l’Austria!”. Sbattè il mio quaderno sul banco. Ricordo bene le parole con cui la sfuriata ebbe fine: “E se io dico che il Veneto non confina con l’Austria, vuol dire che non confina, chiaro?”.

Fu così che, quasi due secoli dopo il crollo della Serenissima Repubblica Veneta, a cent’anni dalla fine del Regno Lombardo-Veneto, finalmente i popoli del Veneto libero ed indipendente ebbero vendetta. La bandiera bianco-rossa e l’aquila bicipite degli Asburgo non avrebbero mai più sventolato dirimpetto al Veneto.

Depennai l’Austria dalla lista dei confini del Veneto. Avevo perso la battaglia.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Il capo di stato maggiore della Scuola Elementare Edmondo De Amicis, maestro Zanetti.

 

PS: ho atteso un po’ prima di pubblicare questa cronaca settembrina, nella vana ricerca della foto della classe IV della Scuola Elementare Edmondo de Amicis. Il maestro Zanetti sorrideva e noi bambini indossavamo il tradizionale grembiule nero con colletto bianco e fiocco azzurro:  l’unico ad avere il fiocco disfatto sono io, segno silenzioso ma inequivocabile della mia aderenza alla resistenza austriaca.

[1] grazie ad Anna per la correzione
 

 

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