Fascio e martello

Era il 30 aprile. Si stava facendo sera, una qualunque sera degli anni trenta, e mia nonna era in casa. Non so se stesse ascoltando la radio, come fosse vestita, se stesse facendo progetti per il giorno seguente: forse, se glielo potessi chiedere, non se lo ricorderebbe, ma da quello che mi raccontò, certamente entrarono senza chiedere il permesso.

Nonna Elisabetta II

La nonna Nilde era bella. La lotteria del DNA era stata generosa, che quella del brutto anatroccolo è solo una favola: se Sofia Scicolone fosse stata racchia non sarebbe mai diventata Dama di Gran Croce Sophia Loren. Mia nonna era ancora in forma a settant’anni, che gliene avresti dati si e no cinquantacinque; nonno Ferruccio diceva che, fosse stato per lui, le avrebbe dato piuttosto l’ergastolo al che la nonna rispondeva ‘a io spusée al ré d’iésen muntanér’, ‘ho sposato il re degli asini montanari’: il nonno era nato a Tirano, da mamma Ida, imparentata con i Visconti-Venosta, e da papà Roberto Dall’Ara, fratello del Presidente del Bologna Football Club Renato Dall’Ara.

Passando gli anni la nonna iniziò ad assomigliare ad Elisabetta II, Regina del Regno Unito, d’Irlanda e di tante altre terre lontane dal lontano 1952. Una forte somiglianza, eccetto il colore dei cappelli.

Stregati dal Duce

Prima di sposarsi la giovane Nilde viveva con la sorella Lea nel ‘Carrozzone’, una casa di fine Ottocento, ex stazione di cambio dei cavalli della Reale Posta, ed è facile immaginare che gli ammiratori non le mancassero. Erano gli anni trenta: l’Italia del Littorio filava, puntuale e veloce come i treni di Mussolini, petto e mascella al vento, verso le magnifiche sorti e progressive che ci avrebbero permesso di invadere l’Etiopia, l’Albania, e finalmente proclamare l’Impero.

Tutta l’Italia era fascista. Racconta Eugenio Scalfari: “Non ho mai più visto una piazza, una città, un paese intero – come poi sapemmo, perchè tutta l’Italia era attaccata alle radio – invaso da un entusiasmo irrefrenabile come quello. La gente si abbracciava, urlava, piangeva, molti tra la folla svennero e il suono delle ambulanze si mischiò alle urla e agli applausi.
I nostri capi ci avevano ordinato il ‘presentat-arm‘ per salutare il ritorno dell’Impero, ma noi, con gambe e braccia informicolite da una così lunga immobilità, non eseguimmo l’ordine e ci mettemmo anche noi a saltare e urlare come ossessi, molti scivolarono sui gradini e qualcuno nella ressa si fece anche male.
Questo accadde il 5 maggio 1936 e poi quattro giorni dopo, il 9, e moltissime altre volte a piazza Venezia e in tutte le piazze d’Italia. L’ideologia, in uno scenario di quella forza, non temeva confronti.
…Noi, giovani e adulti, eravamo tutti fascisti, salvo i pochi che avevano avuto la forza di sfidare il regime e languivano nelle carceri o erano  espatriati.“(‘L’uomo che non credeva in Dio‘ – Eugenio Scalfari, cap. IV, Einaudi editore)

Que as fan i caplet! (Qui si fanno i cappelletti)

La sera del 30 Aprile la squadraccia entrò nella casa della nonna con le bottiglie di olio di ricino, al grido di “ché as canta bandera ràssa, ché as fan i caplét!” (“qui si canta ‘bandiera rossa’, qui si fanno i cappelletti’). Era la sera prima del 1° maggio: preparare i cappelletti, piatto del giorno di festa, significava prepararsi a festeggiare la festa socialista del lavoro, abolita nel 1923 e accorpata alla festa del fascismo del 21 aprile, il ‘Natale di Roma’.

La nonna era figlia di un socialista prampoliniano, uomo tranquillo già pestato a sangue e lasciato moribondo sull’argine del torrente, e forse per questo si teneva ben alla larga dalla politica: il motivo vero della spedizione punitiva era l’aver rifiutato, qualche tempo prima, le ‘avances’ del miserabile capo di quella marmaglia.

Il caso volle che un notabile del partito, anche lui corteggiatore della nonna, fosse andato a trovarla poco prima e fosse ancora in casa: fu la salvezza sua e della sorella. I vigliacchi, chissà, andarono a sfogare il proprio odio su qualche altra vittima.

Noi vogliam Stalin

Poi, come capita con ogni pestilenza, così come era arrivato finì prima il fascismo e poi la guerra. Il 25 Aprile l’Italia si liberò dei nostri ex alleati nazisti, che avevamo entusiasticamente e liberamente scelto, e incominciò il periodo per cui la zona fra Reggio, Modena e Ferrara venne in seguito battezzata ‘il triangolo della morte‘ . Si andò verso le elezioni del 1948 e durante un primo maggio imprecisato Nilde, già sposata e mamma di una bambina, si trovò in piazza mentre sfilava una manifestazione del Partito Comunista. I ‘compagni’ cantavano, al suono di ‘Noi vogliam Dio’, la versione ‘Noi vogliam Stalin’. Alla testa del corteo, in camicia ora rossa, l’ex squadrista nero dell’olio di ricino. La nonna entrò nel corteo, lo raggiunse, e il resto ve lo lascio immaginare.

Tratta in inganno dal simbolo del Fronte Democratico Popolare, alle elezioni del 1948 Nilde votò involontariamente per i comunisti: il logo con Garibaldi e senza falce e martello l’aveva tratta in inganno.

Così andò, nelle parole di chi c’era e ricordava ancora bene. Nonostante tutto alla fine abbiamo scelto comunque di essere liberi. Teniamolo ben in mente: a volte ritornano, cambiando colore meglio dei camaleonti, per impedirci di fare i cappelletti.

P.S.: Mentre terminavo di ripulire il testo di questa ‘cronaca mauriziana’, il terribile dio del 1° maggio si è vendicato rompendomi gli occhiali: senza che nessuno li toccasse, con un ‘cric’ secco, si è spezzata la montatura e una lente è caduta mentre li indossavo. Vado a chiudere la porta a doppia mandata.

P.P.S.: Se non avete riso leggendo questa ‘cronaca’, è perché non c’è proprio niente da ridere.

 

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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