Fiabilandia Grand Prix

Le bugie hanno le gambe corte: prima di Internet al massimo arrivavano a bere un bianchetto al bar, ora in un attimo sono ai confini del mondo. Meno male che la Terra è piatta, se no girerebbero per sempre: così, arrivate al bordo terrestre sono costrette a fermarsi per non cadere nel vuoto.

Arriva l’asma

Aldo Ferrari, Mini Cooper S, Coppa del Piave ’66

Nei primi anni ’70 i genitori italiani si mettevano al volante senza cinture di sicurezza, con il bambino in braccio, affidandosi al santino di “S.Cristoforo Magnetico”, il Santo protettore dei cruscotti.  I pargoli italici venivano protetti amorevolmente, invece, da pericoli ben più gravi: la polmonite che non dava scampo al bimbo che avesse camminato senza calze, o la sincope che toccava a chi entrasse in acqua senza attendere tre ore dopo il pranzo. Per fortuna, mio papà, che correva nei rally con una Mini Cooper S, montava le cinture di sicurezza, cosicché mia madre sopravvisse ad un grave incidente che mi avrebbe reso sicuramente orfano. Io, invece, nonostante le calze, passai la pertosse, un paio di polmoniti, ed infine mi trovai una forte asma allergica. Colpa, immagino, di un calzino bucato che mi aveva raffreddato l’alluce destro.

Io, circa 1970, con J.N. Augert

Come ogni inizio di maggio, lo sci club per cui correvo, l'”Equipe Cimurri Sport“, premiava i propri atleti migliori presso il Circolo Tennis di Reggio Emilia. Chiarino Cimurri, figlio del massaggiatore di Fausto Coppi, era l’anima dello sci club e del circolo. ‘Chiaro’, come veniva chiamato dagli amici, aveva portato a Reggio la Coppa Davis di tennis e alla premiazione dello sci club partecipavano campioni veri. Io fui anche premiato da Jean-Noel Augert, campione del mondo in Slalom nel 1970, vincitore di quindici gare di Coppa del Mondo oltre che di tre coppe di specialità. Durante quell’estate, come si vede dalla foto, assomigliavo più ad un pupazzo di neve che a un giovane sciatore: credo che anche il campione francese fosse perplesso, vedendomi. Lo sguardo di Augert è quello di un uomo, un campione vero, che si impietosisce davanti ad bambino sovrappeso, costretto ad indossare tragici pantaloni con la piega e una maglietta aderente. Per consolarmi mi lasciò una foto con dedica e autografo.

Augert si ritirò dalle competizioni a ventiquattro anni; forse, se avesse continuato per tutti gli anni ’70 come alcuni suoi coetanei, avrei avuto l’onore di correre in gara con lui.  Nel frattempo avevo perso peso e cambiato i pantaloni.

Jean-Noel Augert, foto con dedica

Comunque, durante una di queste feste incominciai a respirare male. Correvo con i miei amici, ma mi mancava il fiato e tossivo, fino a quando il respiro iniziò ad essere sibilante: per quanti sforzi facessi, non riuscivo ad incamerare aria.

Fu il primo di una serie di attacchi di asma, mia fedele compagna primaverile anche oggi. All’epoca, per i casi come il mio c’era il cortisone e poco altro per cui, durante il picco dell’allergia nei 15 giorni di maggio, venivo spedito a Riccione in compagnia della zia Gina. Partivamo in treno da Reggio e scendevamo a Riccione, sistemandoci all’Hotel Atlantic.

A distanza di anni ho capito come in realtà l’asma fosse stata in origine scatenata dai pantaloni di panno con la piega, ai quali ero divenuto allergico dopo essermi visto in fotografia.

“Bugiarda!”

I cervelli positronici dei Robot di Isaac Asimov obbediscono alle tre leggi fondamentali della robotica:

  • Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  • Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  • Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Come spiegato in un precedente numero delle “cronache”, una buona parte della mia educazione proveniva dall’amata zia Claudia. Le Tre Teggi Fondamentali dell’Educazione di zia Claudia stabilivano che si dovesse obbedire a tre precetti:

  • Ogni promessa è debito per un galantuomo.
  • Guardare e non toccare, è una cosa da imparare.
  • Chi rompe paga e i cocci sono suoi.
Immanuel Kant, 1724-1804

Il mio cervello neuronico obbediva ormai istintivamente alle Tre Leggi di zia Claudia, che sintetizzavano l’Imperativo Categorico kantiano in forma comprensibile ad un bambino. Ci fu un imprevisto effetto collaterale quando, dopo avere rotto un vetro, pretesi senza successo di pagare il vetraio con i soldini che mi venivano dati per comprare le figurine, purché mi lasciassero portare a casa i cocci. La zia fu inflessibile e la cosa mi rese alquanto perplesso: si trattava, in effetti, di una palese violazione della Terza Legge della Zia.

Capitò così che, dopo questa educazione asburgica, salito con zia Gina sul treno per Riccione, quando udii la zia mentire al controllore sulla mia età, per risparmiare sul biglietto del treno, esclamassi “Zia! Hai detto una bugia! Non si dicono le bugie!”. La poverina, colta in flagrante mendacio, si giustificò dicendo che “non era un bugia, ma un sotterfugio. E’ diverso”. A merito della zia va detto che comunque, nonostante la vergogna che le avevo provocato, non cercò mai di soffocarmi nel sonno.

Non credo che zia Gina avesse studiato filosofia, anche se era una donna intelligente, appassionata risolutrice di parole incrociate e rebus. Certamente, però, se Kant avesse passato un po’ di tempo in Italia avrebbe elaborato il concetto di Imperativo Flessibile, una categoria che rappresenta bene la nostre indole furbastra. Altro che Imperativo Categorico: io, in quel momento capii che gli adulti potevano flettere le regole a loro tornaconto.

Finalmente Fiabilandia

Fiabilandia aprì i cancelli vicino a Rimini nel 1966, mezzo secolo fa. Dire ‘mezzo secolo’ incomincia a darmi un po’ fastidio, perché significa che il tempo corre veloce. Peraltro, l’alternativa al rosario degli anni che scorrono è grama: un bel rosario d’addio. Meglio, quindi, continuare a contarne i grani anno dopo anno.

Andare a Riccione con la zia era una festa: l’asma batteva in ritirata appena scesi dal treno, il che era una vera liberazione; la scuola era a duecento chilometri di distanza, zia Gina mi portava a vedere gli aerei all’aeroporto e a pescare dal molo. Poi, finalmente, arrivò il giorno del mio debutto come pilota.

A Fiabilandia, all’inizio degli anni ’70, si poteva ancora guidare un’automobile con motore a scoppio: guidare per davvero, con acceleratore, freno, volante; mica come a Disneyland, dove la macchinina era penosamente vincolata, lasciando che il pilota si divertisse come un eunuco in un harem. Ricordo bene che all’interno del circuito c’era una specie di ‘Omino Michelin’ ed un vecchio aereo.

Avevo già esperienza di guida su una macchina per bambini: ne aveva costruita una un amico dei miei genitori, una specie di replica di Lotus 49, gialla e verde, su cui avevo imparato che dal pedale dell’acceleratore partiva il cavo che permetteva di aumentare la velocità.

La zia pagò la corsa. Mi sedetti nella macchina, ferma ai box, assieme ad alcuni altri bambini. Guardai il pedale dell’acceleratore, infulcrato alla base, con tre fori sulla destra: da quello più in basso, vicino allo snodo, partiva il cavo Bowden del gas, che continuava sempre sulla destra, lungo la carrozzeria, fino ad arrivare al motore. Intuii subito che, essendoci tre fori, se il cavo fosse stato attaccato al foro più lontano dal fulcro il motore avrebbe avuto più potenza. Cosa vi sareste aspettati da un bambino che come prima parola aveva letto ‘OIL’?

Il meccanico mise in moto, a strappo, il motore, che inizio a girare al minimo. Al via, uscii dai box assieme agli altri bambini. Premetti l’acceleratore, e accadde ben poco: la velocità era limitata a quella di una motozappatrice. Piantai allora, come avevo pensato di fare, la punta del piede sull’acceleratore e iniziai a premere il tallone contro il filo dell’acceleratore. Il trucco funzionò: come il motore iniziò a salire di giri, iniziai a superare tutti gli altri bambini. Avevo superato il sistema di protezione e filavo veloce, provando una sensazione inebriante: il limite imposto dagli adulti era crollato, ero stato tecnicamente più abile, e ora potevo godermi la vittoria.

Alla fine dei pochi minuti di guida tornai ai box e scesi dalla macchina. La mia prestazione non era passata inosservata, ma invece di riconoscere il mio straordinario talento, proponendomi la carriera che sarebbe poi stata di Lewis Hamilton, l’addetto si limitò a bofonchiare al suo collega che la macchina doveva andare in manutenzione perché si era sregolata.

La zia non mi pagò un altro giro, e rientrammo in albergo. Dopo qualche giorno, ne ero certo, saremmo tornati e avrei vissuto un’altra giornata di gloria.

Gara due

Tornammo, sì, ma la corsa non andò affatto secondo i miei piani. Casco in testa, mi calai nell’abitacolo e cercai subito con gli occhi il cavo dell’acceleratore: lì dove avevo appoggiato il tallone per accelerare al massimo il motore, ora c’era una placca di ferro, saldata alla carrozzeria, a protezione del cavo. Evidentemente il meccanico aveva capito, e aveva chiuso la falla del sistema. Fui condannato al massimo della pena: guidare l’automobilina come tutti gli altri bambini, all’esaltante velocità della lumachina di Pinocchio. La mia carriera di pilota vincente era già terminata, quella di costruttore di macchinine avrebbe dovuto aspettare ancora molti anni.

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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