Il Signor Gino

Michele ed io siamo amici da più di quarant’anni, ma ci vediamo poco e ci sentiamo ancora meno per telefono. Quando la sera del 24 dicembre 2014 vidi comparire il suo nome sul cellulare, sapevo già il motivo della chiamata.

Striscia la Natasha

Emilio, Marco, Maurizio, Sergio: in classe alle elementari, nella stessa scuola alle medie, ancora insieme al liceo e, con Michele aggiunto alla batteria, compagni in uno dei tanti ‘gruppi’ che cercavano di mettere insieme qualche nota nelle cantine dell’Emilia degli anni ’70. Non diventammo gli Skiantos, ma rimanemmo amici. Ci chiamavamo ‘Trademark’: un sound orrendo era il nostro marchio di fabbrica.

Natasha fu il mio amore dai diciotto ai ventun’anni e venne a Reggio per la prima volta che ne aveva poco più di quindici. Era figlia della buona borghesia milanese: viveva in un appartamento signorile nel centro di Milano, a venti metri da piazza S.Babila, luogo di ritrovo degli estremisti di destra con cui Natasha non aveva nulla in comune tranne l’indirizzo. Michele aveva in casa la foto di Stalin, il venerato Santo Padre della tradizione comunista reggiana.

Suonavamo a casa di Sergio, come sempre. Portai Natasha, vestita di un semplice abito bianco e dei suoi quindici anni, a conoscere gli altri membri della band: Michele si presentò salutandola con «Ciao Natasha: striscia tra l’erba liscia, alza la coscia e piscia». Fra i due fu amore a prima vista.

Passarono circa due anni prima che Natasha incontrasse nuovamente Michele. Nel frattempo, ero riuscito con grande fatica a convincerla che, nonostante l’approccio non esattamente ortodosso, Michele era un caro amico: l’occasione ci fu quando Sergio e Michele ci vennero a trovare al mare. La famiglia di Natasha possedeva un cane, un bastardino oggettivamente brutto, ma che veniva tenuto in estrema considerazione, riverito membro della famiglia, sempre seduto alla destra del padre. Sergio e Michele suonarono alla porta:

«Ciao Michele» «Ciao Natasha. Ehi, ma quello è il cane più brutto che io abbia mai visto!». Non si incontrarono più.

I remigini

Io e Sergio ci conoscemmo il 1° ottobre del 1968: all’epoca tutte le scuole, in Italia, iniziavano il primo giorno di ottobre, San Remigio, tanto che gli studenti delle prime elementari erano chiamati ‘remigini’. Fu però al liceo, quando io e Sergio condividemmo il banco per cinque anni, che si cementò la nostra amicizia. A casa Mazzali ero ospite fisso: quando suonavamo, quando studiavamo insieme, quando avevo bisogno di una spalla su cui piangere, quando per un qualunque motivo mi andava di mangiare con il mio amico: Sergio non era un amico, era l’amico che sapeva tutto di me. Anche per papà Pietro e mamma Valeria ormai ero parte della quotidianità. Fu solo dopo molti anni che ebbi il coraggio di dirle che detestavo l’aceto forte sull’insalata, che avevo sempre mangiato in silenzio. Nel frattempo, avevo insegnato a Sergio a sciare abbastanza bene.

Finito il liceo, studiammo altri due anni assieme, per tutto il biennio di ingegneria e infine Sergio fu testimone al mio matrimonio: chi altro?

La nonna Nilde, naturalmente, lo conosceva bene fin da bambino. Voleva bene a Sergio, così come non amava affatto Natasha: gli affetti non godono della proprietà transitiva. La fine della nostra relazione fu salutata con sollievo, però… vero che Natasha non le era mai piaciuta, ma la prospettiva di avere un pronipote si allontanava.

Inizio così a suggerirmi cose del tipo «Con tutte quelle ragazze che vanno a letto con il primo che capita, dovresti darmi un nipotino, poi saresti libero di fare quello che vuoi». Non ho mai messo in dubbio che scherzasse, ma il desiderio di vedere la vita continuare nell’unico nipote che avrebbe potuto riprodursi era prepotente. Io, ad ogni buon conto, non ero ‘il primo che capita’ quindi il nipotino tardava ad apparire.

Fu così che per arginarne le insistenze mi venne in mente di dirle «Guarda, con Natasha è andata com’è andata, comunque stai tranquilla: io e Sergio ci siamo fidanzati». Lo scherzo funzionò perfettamente, tanto che anche don Franco, parroco della nonna, ci dava una mano: «Signora Nilde, chissà che un giorno anche la Chiesa non possa benedire questi ragazzi»… e fino ad un certo punto la nonna la prese in ridere.

L’ispettore Bracco e Cinzia

A quel punto, Sergio aveva ormai assunto il soprannome ‘Gino’. Giocava bene a calcio: era un centrocampista che, come diceva ‘il Mecco’, suo allenatore, poteva ‘riempire qualsiasi laguna che ci fosse a centrocampo’. L’Inter non l’aveva preso ma Sergio aveva, come si suol dire, dei buoni numeri. Fu così che da Sergio, spesso chiamato Sergino, a Serginho, il passo fu breve: lo battezzammo come il centrocampista del Brasile. Sergio, Sergino, Serginho, Sir Gino, Gino, fino a che Gino gli rimase addosso, appiccicato così come Sergio si francobollava agli avversari, sempre pronto a coprire ogni laguna del centrocampo.

Arrivò così il giorno in cui, preso il telefono in presenza di mia nonna e chiamato il mio amico, incominciai a dire «vieni a casa mia Gino, che stasera non ci sono i miei genitori», badando bene che la vegliarda ascoltasse. Il vaso era evidentemente colmo: strappata la cornetta dalle mie mani, la nonna si rivolse a Sergio dicendo «E’ lei, Signor Gino? Io spero che sia uno scherzo perché non voglio degli invertiti in casa mia, è chiaro?». Nacque così la leggenda del Signor Gino.

I’ll come running, to see you again…

Ricordi, Sergio? Passarono molti anni, arrivò Olivia e la nonna Nilde fu felice per i pronipoti che finalmente erano nati. Ricordi, quando portai la nonna, a cui non rimaneva molto tempo, in montagna da te e Graziella? Se ne andò dopo qualche mese, e forse fu l’ultima volta che uscì per andare in un posto che non fosse un ospedale.

Ti restava ancora un regalo da fare, l’ultimo e il più grande che la tua amicizia mi ha lasciato: mancavano pochi giorni a Natale e con un braccio al collo, le parole spezzate, riuscisti a spiegare a Davide che avresti voluto che rimanessi per cena. Ti lasciasti aiutare a raggiungere la cucina. Quella sera raccontai a Graziella, Davide e Chiara molte altre storie sulla nostra amicizia, oltre alla leggenda del Signor Gino, facendoli ridere con i nostri ricordi che la tua proverbiale riservatezza aveva conservato in privato. Vidi per un’ultima volta i tuoi occhi verdi illuminarsi ridendo, risplendere nel buio che arrivava, più veloce di quanto non avremmo mai voluto.

Beati i miti, perché erediteranno la terra

Pubblicato il 24 dicembre 2019, in memoria del mio amico Sergio Mazzali, 24 agosto 1962 – 24 dicembre 2014

 

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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