La grande Ghianda (parte 1)

Si dice che l’esperienza di un ingegnere sia inversamente proporzionale al numero di persone che vengono chiamate ad assistere alla prima prova di un nuovo dispositivo. Io aggiungo che l’esperienza risulta essere anche proporzionale alla posizione gerarchica degli spettatori.

Quindi, detto I il coefficiente di esperienza, N il numero di persone partecipanti, Pi la posizione gerarchica dello spettatore i-esimo, si può definire la posizione gerarchica media comeLa quantità Pm, ossia la posizione gerarchica media, è dunque il risultato della somma delle posizioni gerarchiche dei partecipanti , diviso per il numero dei partecipanti.

Quindi l’esperienza di un ingegnere si può esprimere comeDetto in altre parole, per i laureati in discipline umanistiche, musicali e coreutiche che non si commuovono davanti ai geroglifici matematici: un ingegnere esperto collauda il proprio dispositivo da solo, se possibile, o assieme al minor numero di persone, quelle strettamente necessarie.

Quando Internet era quella delle Usenet News, io ero un ingegnere molto inesperto.

Acorn Computers PLC

L’informatica degli anni ’80 era un meraviglioso brodo di coltura che partoriva macchine sexy e coloratissime, entrate nell’immaginario collettivo di chi è nato negli anni ’60 o giù di lì: Commodore 64, Atari ST, Amiga, e naturalmente Apple McIntosh. Per i conformisti amanti della noia c’era il PC IBM che, infatti, divenne lo standard. Il mondo era ad otto bit e nei bar, invece delle orrende slot machines, c’erano i giochi coin-op (coin-operated): il Crazy Climber e il Pengo erano i miei videogiochi preferiti. Nelle ore sottratte allo studio ero diventato un vero specialista, tanto da essere cacciato dalla sala giochi di Sestola: il gestore mi restituì le duecento lire con cui stavo ininterrottamente giocando da tre quarti d’ora dicendo «senti, io devo andare a dormire: questi sono i soldi della tua partita. Se vuoi, torna domani» e staccò la spina.

Vieni a giocare con me?

Perché gli appassionati che si dedicavano alla programmazione delle proprie macchine, cercando anche di interfacciarle al mondo esterno, venivano chiamati ‘smanettoni’?

E perché all’epoca Playboy aveva tirature elevatissime, tanto che in Italia era nata una rivista assai simile, Playmen?

La ricerca scientifica sospettava fin da allora che passare troppo tempo davanti ad un monitor provocasse danni alla vista. Mia nonna sosteneva che la ragione fosse un’altra. Perché oggi tutta una generazione di smanettoni porta gli occhiali?

Da dove arriva il nome ‘smanettoni? Aveva ragione mia nonna?

Gli ‘occhiali a raggi X’ della ditta Same-Govj import di via Algarotti 4 a Milano funzionavano veramente? E c’è una relazione con il calo della vista dei programmatori?

Questo e altro questa sera su ‘KAZZENGER‘! Seguiteci, alla scoperta di uno dei misteri irrisolti dell’informatica!

Era l’alba dell’informatica personale, ma i computer di questa generazione erano una faccenda unicamente maschile: invitare una ragazza con una frase del tipo ‘vieni vedere il mio Commodore 64’ aveva tante probabilità di successo quante invitarla a fare il bagno in un branco di meduse.

I piccoli ‘personal computer’ ispiravano comunque allegria e i primi costosissimi monitor a colori arrivavano addirittura alla straordinaria risoluzione di 320×200 in 16 colori. I veri ricchi possedevano la Super VGA 640×480, sempre a 16 colori.

Come i Mods e i Rockers, gli entusiasti di una o dell’altra architettura si detestavano e si insultavano su riviste come ‘The Games Machine’. Gli utenti dei PC IBM, invece, non ridevano mai, esseri noiosissimi nascosti dietro monitor a caratteri verdi su sfondo nero: al giorno d’oggi sono quelli che portano gli occhiali con le lenti più spesse.

In tutto questo ribollire, a Cambridge, silenziosamente stava nascendo il computer che ha rivoluzionato il mondo, senza che voi lo sappiate. Si chiamava Acorn Archimedes, io ne ho posseduti tre, e grazie al mio Archimedes avrei potuto essere ricchissimo. Non è andata così.

Il mostro dell’Id

Uno dei miei primi datori di lavoro era una persona, come si suol dire, squisita: quando diedi le dimissioni volle ringraziarmi a suo modo per il lavoro svolto. Durante il nostro ultimo colloquio mi spiegò, come avrebbe fatto un buon padre, la sua idea dell’azienda: a suo dire in fabbrica si nascondeva un virus che colpiva inesorabilmente tutti i dipendenti. L’infezione faceva sì che, dopo un certo tempo, i lavoratori cercassero di distruggere l’azienda stessa e il suo proprietario.

I mostri dell’Id, dal film ‘Il Pianeta Proibito’

Il tentativo di spiegare che avevo lavorato per due anni cercando di dare il mio meglio per la ditta fu inutile: mi fu spiegato come una delle caratteristiche principali del virus, peraltro incurabile, fosse quella che chi ne era infettato ne negava l’esistenza.

Era evidente che il virus fosse, come il mostro dell’ID del film ‘Il Pianeta Proibito‘, la proiezione degli incubi del proprietario. Non lo dissi direttamente ma gli suggerii di cercare la risposta altrove, se era vero che tutti i dipendenti, come sosteneva, lo odiassero. A queste mie parole si commosse e lasciò il suo l’ufficio, che dava direttamente sul nostro reparto, gridando ai miei colleghi «…e allora ha ragione lei, IO SONO UNO STRONZO!». Da dietro le sue spalle vedevo le espressioni sbalordite dei miei colleghi, anch’essi vittime del virus.

Fino ad allora ero stato molto bene. Mi ero guadagnato la stima del direttore dell’azienda, arguto milanese doc, gran persona, con cui ero anche entrato in confidenza: saputo del mio prossimo matrimonio, ridendo disse «Ingegnere, un vedovo che si risposi non meritava che gli morisse la prima moglie!». Quando, mesi prima, gli avevo proposto di andare in missione ad una serie di conferenze a Birmingham aveva accettato con entusiasmo. Era prevista la presenza di Robin Saxby, all’epoca sconosciuto fondatore e direttore di un’altrettanto sconosciuta casa di progettazione di microprocessori. Mi ero dato l’obiettivo di incontrarlo.

“Mighty oak from little Acorns grow” – la poderosa quercia cresce da una piccola ghianda

In quegli anni, programmare il mio Arc (così chiamavamo l’Archimedes) era la mia passione. Passavo i dopo cena a scrivere software per la mia meravigliosa macchina a 32bit, che era avanti di molti anni rispetto alla concorrenza. Sì, questa sconosciuta macchina inglese lasciava nella polvere Apple, Amiga, Atari e PC, sia come hardware (fu il primo computer RISC a 32 bit) che come software, con un sistema operativo totalmente a finestre e drag-and-drop: ancora oggi, l’interfaccia più semplice, intuitiva ed efficiente su cui io abbia mai lavorato. Il mio lavoro più corposo fu il ‘porting’ di un programma tipo Matlab, detto RLab, per la mia amata macchina. Un lavoro da vero computer geek, un’esperienza mi sarebbe servita molto negli anni che passai in Ferrari Gestione Sportiva.

Se al mondo ci fosse una giustizia oggi i nostri PC sarebbero figli di un Acorn, ma essere tecnicamente migliori non basta quasi mai. Il marketing vince, e così iniziò il dominio di architetture inferiori e francamente noiose.

In dieci anni tutta l’informatica alternativa scomparve, spazzata via dalla forza dei PC, eccetto Apple, che andò comunque vicina al fallimento. Anche la Acorn (in italiano: ghianda) non fece eccezione, ma dalla piccola ghianda germogliò qualcosa di straordinario.

 

(fine 1a parte)

PS: appare evidente che il giocatore di Pengo, nel filmato qui sopra, è un modesto dilettante!

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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