logo

La Pista Policar

C’era un tempo in cui la pista Policar la portava di notte il sedicente Babbo Natale. I produttori di una bevanda dolciastra e gassata avevano convinto milioni di persone che costui, mascherato e assomigliante ad un alcolista di lunga data, dovesse essere invitato  in casa con entusiasmo, lo stesso che si riserva al postino o all’idraulico. Altro che sacco con i doni: uno così porta con sé il diabete, se gli va bene. Sospetto che fosse così conciato perché costretto per contratto a bere esclusivamente i prodotti dello sponsor, per anni. I miei nonni materni, che hanno sempre bevuto lambrusco, arrivarono comunque alla vecchiaia in forma assai migliore: sarà perché lo mescolavano spesso all’acqua, sarà per la ragionevole quantità di una bottiglia al giorno in due o forse perché gli effetti collaterali del lambrusco annacquato sono trascurabili, se paragonati a quelli delle bibite. Non ricordo che abbiano mai cercato di scendere per un camino, o di mettersi alla guida di un a slitta, al buio, affidandosi ad una renna dal naso rosso, in evidente stato di ebrezza.

Buick Riviera coupé.

Oddio, non che mettersi in macchina con mio nonno fosse un esperienza insipida: si narra che, al volante di una stupenda Buick Riviera coupé che ricordo perfettamente, abbia scaricato mia nonna, che lo implorava di rallentare, su una strada di montagna, per continuare l’inseguimento e lavare l’onta di un sorpasso subito. Dopo la Buick, anzi, dopo tre diverse Buick, ci fu la Fulvia 1600 HF ‘Fanalone’, con cui vissi storie simili, mentre mi portava in giro per l’Italia per le mie gare di sci. Data l’età e la presunzione di immortalità tipica degli adolescenti, non mi spaventavo troppo. A tanti anni di distanza non smetto di ringraziare il nonno per averla acquistata e tenuta fino alla fine, in modo che io potessi continuare a goderne e a custodirla per la prossima generazione, e di ringraziare la Madonna e tutti i Santi che hanno faticosamente contribuito a farci arrivare sempre a casa tutti e tre (lui, io, la Fulvia), in un pezzo solo.

Gesù bambino o Babbo Natale?

Per chi, come me, è nato all’inizio degli anni ’60, la pista Policar era IL regalo, in alternativa al trenino. Che fosse portata da Gesù bambino, Santa Lucia, o Babbo Natale, poco importava. Attorno alla pista si riuniva alla svelta la parte maschile della famiglia, innanzitutto per cercare di farla funzionare. La connessione elettrica era diabolica: i piccoli triangoli che dovevano garantirne il funzionamento facevano di tutto per impedirlo cosicché la macchinina avanzava a scatti, pochi pezzi alla volta. Il trucco per farla funzionare prevedeva di divaricarne leggermente i contatti, in modo da forzarli contro i binari del pezzo in cui si sarebbero dovuti incastrare: solo dopo aver ripassato tutti i contatti e, cosa importantissima, inserito le spinette laterali che impedivano ai pezzi di muoversi come anguille, si poteva incominciare a giocare. C’era il contagiri che faceva click-click-click e le gare terminavano a 10 o 100 giri.

Contatti elettrici a parte, tutto il resto era veramente ben fatto: la rugosità della superficie, la plastica, i piccoli agganci laterali, i piloni che sembravano disegnati da Frank LLoyd Wright e che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, funzionano meglio di quelli di qualunque altra pista.

La Policar aveva anche un altro grande pregio: un trasformatore regolabile, su cinque posizioni, con cui limitare la velocità massima a seconda dell’abilità dei piloti. Il magnete era inutile: l’aderenza era garantita dal giusto equilibrio fra la rugosità della pista e la velocità massima. Il magnete, soprattutto quello al Neodimio, nella realtà rende molto più difficile la guida ed è controproducente. Pensateci un attimo: le due ruote posteriori sono quelle su cui il magnete esercita la maggior parte del carico, e sono collegate da un assale rigido, senza alcun differenziale. Dato che la ruota interna percorre una strada più breve rispetto a quella esterna, in assenza di un differenziale, l’unica possibilità è che la gomma slitti sulla pista durante la rotazione. In termini ingegneristici, una colossale porcheria. Ne risulta infatti un modello molto più difficile da guidare per un principiante – altro che aiuto alla guida!

brochure Policar – da policar.info

Il futuro della pista Policar

Ormai comunque sapete che siamo arrivati a produrre una nuova pista Policar: ne dovrei raccontare i pregi, le dimensioni, gli sviluppi futuri, ma trovo che il ritorno dopo cinquant’anni di un gioco che ha fatto parte dei sogni di una generazione assuma un significato emozionale, prima che tecnico o commerciale. Per i dettagli tecnici, potete guardare altrove. Chiedete e vi sarà detto.

Mi vengono in mente invece in questo momento le storie in cui il padre, portando il figlio in cima ad una collina, gli mostra il panorama esclamando “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!”. Ora, vorrei poter raccontare che da piccolo, davanti ad una pista Policar assemblata con il mio papà, io gli abbia detto “vedi papà, un giorno tutto questo sarà mio!”. Non è vero, naturalmente, ma mi piace pensarlo, così come mi piace pensare di aprire una pista Policar il prossimo Natale, montarla sul tappeto, e giocare con mio papà e i miei figli.

Un augurio di un sereno S.Natale ed un Felice Anno Nuovo a tutti coloro che mi hanno pazientemente letto, e anche agli altri.

PS: Mio nonno vendeva macchine da maglieria in provincia e dintorni alle tante donne che, negli anni 60, lavoravano per conto terzi in casa. Era un bell’uomo e viaggiava su una Buick Riviera. Ho il fondato sospetto che, più di una volta, sia entrato da qualche magliaia non come rappresentante ma come postino, o come idraulico. Mai, comunque, vestito di rosso.

  • Share

Leave a reply