La Vecchia rimbambita

L’uomo in bicicletta si fermò e con la voce incerta di un vecchio si rivolse in dialetto alla donna, inginocchiata a pulire la tomba: «Lê, chi du lé, a li cgniscîva? (Lei, quei due lì, li conosceva?)». «Sì. Sono la figlia. Lei…?».

Orfane minorenni

Mia nonna Nilde, anzi, Anilde, era la terza di quattro sorelle, rimaste orfane da piccole: la mamma se l’era portata via l’epidemia di Spagnola, il babbo,  tranquillo socialista prampoliniano, era sopravvissuto miracolosamente al pestaggio di una squadraccia di fascisti che lo aveva lasciato moribondo sull’argine del Crostolo, ma non alle relative conseguenze. La maggiore delle quattro, Gina, era fidanzata ad un casaro, ottimo mestiere nella terra del formaggio: sposandosi, ancorché minorenne, poté adottare tutte le sorelline salvandole dal destino del brefotrofio. La nonna imparò così, fin da piccola, l’arte di sopravvivere.

Nonna Nilde si era fermata alla terza elementare,  possedeva un acume innato, era capace di grandi entusiasmi e profonde amicizie ed era molto, molto bella. Era anche provvista di una lingua veloce come un coltello e urticante come l’Yprite: se avesse vissuto durante la prima guerra mondiale avrebbero potuto usarla nelle trincee nemiche, correndo però il rischio che venisse uccisa prima, dalle proprie truppe. Anche con me, con tutto il bene che ci volevamo, capitava che dicesse cose che scatenavano l’impulso nonnicida.

Anche mio nonno Ferruccio era un uomo molto bello: da giovane era stato un promettente ciclista, scoperto casualmente da Girardengo. La sua forza erculea, sproporzionata rispetto ad una taglia normale, veniva messa talora al servizio di una temporanea e assoluta incoscienza: come Hulk, senza che gli si strappassero i vestiti quando diventava verde.

Insieme, erano una miscela esplosiva e spesso le schegge delle deflagrazioni arrivavano a ferire anche mia madre, che nonostante ciò rimase, pure lei, molto bella.

Con me era diverso: dopo che la nonna mi aveva riportato sulla retta via salvandomi dalle letture sataniste (episodio narrato in “Cattive Letture”), il nonno aveva cercato di educarmi all’amore per la musica e per la natura con la visione del film ‘Il merlo maschio’ quando avrò avuto si e no otto anni, scontrandosi però con il diniego del bigliettaio. Mi era andata meglio due anni prima con mia zia Claudia, che per un bizzarro equivoco mi portò a vedere ‘Dove osano le aquile’: non imparai nulla sulla vita dei rapaci, ma appresi l’arte di buttare un nazista dal tetto di una funivia o da un aereo. Credo che anche vedere Laura Antonelli ne ‘Il merlo maschio’ sarebbe stato molto istruttivo, ma è andata come è andata.

Fuga a Verona

La famiglia Dall’Ara viveva a Reggio Emilia. Sospettando che il nonno frequentasse alcune compagnie femminili, nonna Nilde gli intimò di smettere, più o meno così «Sa’t tôren incòra da cla lê at garantès c’at cât piò gnân la mobêlia in cà (Se torni ancora da quella lì, giuro che non trovi più nemmeno i mobili in casa)». Detto, fatto: la nonna si trasferì, svuotando la casa dai mobili e senza lasciare tracce di sé, a Verona. Nel 1935, sposata, da sola.

Il nonno, che in qualche modo aveva dovuto arredare nuovamente la casa, impiegò più di un anno per rintracciarla, presso il calzificio Cipriani dove la nonna aveva trovato lavoro. A Verona i due si rappacificarono e fu lì che nacque mia mamma Riccarda. Furono gli anni più belli, e certamente gli unici sereni, della loro vita: fuori correva il 1938 e nelle piazze d’Italia quaranta milioni di futuri antifascisti festeggiavano le magnifiche sorti e progressive del Paese e del suo Duce.

Poi ci fu la guerra, i viaggi da Reggio a Milano in bicicletta evitando i nazisti, la fuga dai bombardamenti sotto un ponte stringendo a sé la figlia, e tante altre avventure per portare a casa la pelle e mettere da mangiare in tavola.

Dopo una vita così, a mia nonna faceva paura solo l’Inferno. Anzi: credo che l’Inferno, a cui comunque non era destinata, l’avrebbe fatta entrare con molta circospezione.

Arrivati vivi all’era del benessere e della pensione, i nonni, ancora giovani, si dedicarono ai nipoti. Il nonno era il mio chauffeur ufficiale dovunque i miei impegni agonistici mi portassero e talvolta venivamo accompagnati anche dalla nonna.

L’oroscopo non sbaglia

Quel giorno avevo svolto bene il compito: vittoria di categoria in una gara promozionale di sci a Madonna di Campiglio, il Trofeo ‘Formaggino d’Oro‘. Arrivammo alla macchina parcheggiata a spina di pesce lungo la strada un po’ innevata. La nonna, dall’esterno, impartiva le istruzioni di manovra al nonno che cercava di immettersi nel traffico. Nel frattempo, aspettando che terminassimo di uscire dal parcheggio, si era formata una piccola fila, in salita, di quattro o cinque macchine. Ci infilammo verso valle e la coda ricominciò a muoversi in senso contrario, molto lentamente per via della neve sull’asfalto; la nonna non era ancora in macchina.

Ci sono giorni che bisognerebbe leggere l’oroscopo prima di mettersi al volante: quello di un giovane sui venticinque anni, quel giorno, recitava «L’incontro con uno Jedi ti mostrerà l’uso della Forza. Una donna darà una svolta alla tua giornata. Oggi non andare controcorrente».

Il giovane in questione superò tutta la colonna, contromano, e si trovò bloccato muso contro muso contro la nostra vettura: da un lato la fila, dall’altro la montagna, noi di fronte.

Ricordo la scena e le parole come fosse oggi, una per una. Il nonno gli fece cenno di arretrare, ricevendo in risposta una pernacchia da dietro il vetro: pessima idea, come disse Schwarzenegger dopo aver fatto imbufalire Predator. Mia nonna, sulla strada, si limitò a dirgli «Vada indietro, maleducato».

Eravamo sul finire degli anni ’70 ed era uscito il primo ‘Star Wars’: la Forza molto potente era.

Lo sventurato scese e rispose, rivolgendosi a mia nonna usando educatamente il ‘lei’, segno di un animo gentile: «Stia zitta lei, vecchia rimbambita». La nonna Nilde non perse la calma: «Vecchia rimbambita a me? Adesso ti faccio vedere io». Mosse verso il ragazzo alzando il bastone da passeggio. Un colpo, due, tre, da destra e sinistra, mirando alla testa, agitando il bastone come uno Jedi. Il ragazzo si protesse dalla furia della nonna alzando le braccia, poi si riparò nell’abitacolo e chiuse la portiera mentre nonna Nilde continuava a picchiare la lamiera del tetto. A quel punto l’idiota non aveva scampo, chiuso in macchina, mentre mio nonno, arrivato a dare man forte con la stessa delicatezza di quando appese un ladro ad un cartello stradale, cercava di frantumare il finestrino e l’inutile zucca vuota che c’era dietro.

Fu come vedere “Lo Jedi ed Hulk contro Halloween lo scemo”, ma in presa diretta e prima che Hollywood e la Marvel inventassero film tipo ‘I Fantastici Quattro e Thor contro Biancaneve’, per la disperazione dei fan di Jack Kirby e dei Sette Nani.

Ad un certo punto la strada si liberò, e l’idiota fuggì.

Elisabetta III

Invecchiando, la nonna incominciò ad assomigliare straordinariamente alla regina Elisabetta II d’Inghilterra, a parte i cappellini: mia nonna manteneva un certo gusto, nel vestire.

Gli ultimi anni di vita furono difficili e alla morte del nonno accadde quello che le avevo predetto alla fine di una delle tante liti a cui avevo assistito: «il nonno per te è come il maiale: ti piace parlarne male da vivo, da morto gli sarai riconoscente». Così fu: la nonna dovette riconoscere che non avrebbe mai immaginato che il nonno le sarebbe mancato tanto: si ammalò poco dopo la morte del marito e gli ultimi anni furono difficili, anche se rimase lucida e in nostra compagnia, arrivando a conoscere i pronipoti.

Spesso ripeteva «Ferruccio, vin’m a tôr!», Ferruccio, vienimi a prendere: il nonno, astutamente, preferì piuttosto godersi alcuni anni di pace. Quando finalmente se la venne a riprendere, vacillò per qualche giorno anche la pace del Paradiso.

Bacaiêven

L’anziano si rivolse ancora a mia madre, che aveva smesso di pulire la tomba: «Amarcord bein chi du lé, quant bacaiêven, oh, se bacaiêven! Am piaşîva so mêdra, anca se me priva mia rivèreg: mo l’era béla, ah, s’lera béla so mêdra! (Mi ricordo bene quei due, bisticciavano, oh, quanto bisticciavano. Quando ero giovane, mi piaceva sua madre, anche se non ci potevo arrivare: era bella, ma quant’era bella sua madre!)».

P.S. Di mio non ho dovuto aggiungere nulla: certe vite hanno in sé una sceneggiatura perfetta. Se il dialetto è scritto in modo meno che corretto, spero mi vogliate perdonare.

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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