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Le auto storiche di Teseo

Ladies and gentlemen, #driveyourclassic

Ne possiedo due: la prima è una Lancia Fulvia, lasciatami in eredità da mio nonno, che con essa mi portava in giro per l’Italia per partecipare alle gare di sci che mi impegnarono per molti anni. Da quando, nel 1987, morì, ne sono il proprietario, e la uso regolarmente: per questo, nel corso di trent’anni, cioè da quando la macchina è diventata mia, alcune parti sono state necessariamente sostituite.

La seconda è un mio acquisto: al costo di una Panda base ho preso una Maserati 2.24v, al cui ripristino sto dedicando molte ore, così come feci l’inverno passato con la Fulvia, che ne aveva bisogno. E’ un modello che mi ha affascinato fino dagli anni 90 e ne conosco pregi e difetti: la 2.24v sarebbe stata una macchina eccezionale, se Alejandro De Tomaso avesse lasciato lavorare in pace gli ingegneri, o almeno gli avesse dato ascolto. Vorrei migliorarne alcuni aspetti, che sono problemi noti del modello, ed infatti una barra di torsione è già lì che aspetta di essere montata.

Da Plutarco alle auto classiche

A questo punto, parlando di auto storiche, si rischia di entrare in un ginepraio: cosa ne definisce l’originalità, dove deve fermarsi il restauro, e fino a che punto è giusto aggiornarne la meccanica?

Non è una questione semplice: già Plutarco si era posto il problema della definizione dell’essenza di un oggetto, formulando il paradosso della nave di Teseo. Su wikipedia troviamo spiegato che “Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte le parti usate in origine per costruirla erano state sostituite, benché la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria. Ragionando su tale situazione (la nave è stata completamente sostituita, ma allo stesso tempo la nave è rimasta la nave di Teseo), la questione che ci si può porre è: la nave di Teseo si è conservata oppure no? Ovvero: l’entità (la nave), modificata nella sostanza ma senza variazioni nella forma, è ancora proprio la stessa entità? O le somiglia soltanto?

Quando, insomma, alla fine del viaggio, tutto nella nave sarà stato cambiato, pur essendo apparentemente uguale a quella che era partita, la nave sarà ancora la stessa?

Ipotizzando poi che i vecchi pezzi della nave, prelevati durante la sostituzione, vengano riassemblati in un’altra nave, quale sarà l’originale nave di Teseo? Quella che ancora naviga in cui i pezzi sono stati tutti cambiati, o quella formata dalle vecchie e logore parti?

In pratica, se la nave di partenza era A, quella che solca il mare era B, e quella, inservibile, assemblata con le parti di origine, è C, qual’è ora la vera nave di Teseo? Ma esiste davvero solo una nave di Teseo, o lo sono entrambe?

Un paragone con l’arte

Ho domandato ad un amico, proprietario di una importante collezione d’arte privata, che cosa si possa acquistare con cinquantamila Euro, una bella cifra, nel mondo dell’arte ‘classica’. Mi ha risposto che si può almeno arrivare ad un quadro di scuola importante del seicento: un quadro unico, di cui esiste solo una copia al mondo.

Di un auto storica, del valore di 50000 Euro, esisteranno certamente almeno alcune migliaia di esemplari del tutto simili. Stiamo parlando quindi non di esemplari unici, ma di copie, o, se vogliamo continuare il paragone, litografie in edizione numerata, limitata a qualche migliaio di pezzi.

Una serigrafia firmata da Andy Warhol, tirata in duecento esemplari, costa meno di cinquantamila Euro, per rendere l’idea.

Diamo i numeri?

Passiamo a qualche esempio concreto, partendo da due modelli ben noti.

1- Ferrari Dino 246. 3569 auto costruite. Ammettiamo che ne siano sopravvissute 3000, poiché raramente una Ferrari viene rottamata. Valore stimato 350.000 (trecentocinquantamila) EU, come visto presso rivenditori e su molte inserzioni. Basta fare due conti: moltiplicando il valore di una singola vettura per il numero di modelli esistenti, si ottiene 350.000*3000 = 1.050.000.000. Sì, un miliardo e cinquanta milioni di Euro. Se pensate ancora che si tratti di un buon investimento,  su Autoscout ce ne sono venti esemplari in vendita.

2- Jaguar E-type. Ne sono state prodotte circa 70.000 (settantamila), fra serie 1, 2, 3, FHC, OTS, 2+2… su Autoscout se ne trovano in vendita 241 (erano 225 dieci giorni fa), il che più o meno torna con i numeri della Ferrari, se assumiamo che di e-type se ne siano perse la metà e che quindi ad oggi ne esistano trentamila. Meglio evitare di fare i conti: visti i prezzi, la logica, perlomeno la mia, vacilla.

Con questa premessa, il fatto che al giorno d’oggi le auto storiche siano diventate un investimento, per il quale si può ottenere un finanziamento ad hoc tramite canali specializzati, mi lascia molto perplesso: certo, erano un investimento i bulbi di tulipano in Olanda nel ‘600, i modelli Fly Telefonica e il Té Pu-Ehr in Cina dieci anni fa, e anche le azioni Lehmann Brothers nel 2007.

Sono abbastanza ‘vintage’ anch’io per ricordare cosa capitò alle quotazioni delle storiche negli anni ’90. Domanda e offerta, certo, ed è giusto che sia così. Però, alla fine la logica prevale.

L’autoimmobile

In conseguenza di quanto descritto sopra, esistono garages specializzati in cui auto dalla elevata quotazione vengono custodite in rigoroso stato di fermo, perché aumentarne il chilometraggio ne ridurrebbe il valore, abbassando il potenziale ritorno sull’investimento. A mio avviso questo contraddice l’essenza stessa di un automobile, che è quella di muoversi, di regalare emozioni, attraversare paesaggi, meglio se goduti in compagnia. Avere una storica e non usarla per non ridurne il potenziale valore è come avere un quadro e tenerlo in soffitta per paura dei ladri, negando lo scopo stesso per cui l’opera è stata creata.

Se le auto storiche sono una forma d’arte, e per le quotazioni che hanno raggiunto, parrebbe che alcuni le considerino così, allora, come tutte le forme d’arte, devono suscitare emozioni. Essendo, però, ciò che sono, ossia automobili, l’essenza dell’emozione non dovrebbe stare nel movimento?

Secondo me sì, anche se ciò implica, inevitabilmente, manutenzione, riparazioni, sostituzione dei pezzi.

Proprio come la nave di Teseo, che vive in quanto nave: i pezzi vanno sostituiti perché l’oggetto possa continuare ad assolvere alla propria funzione. Diversamente, i Greci il dilemma probabilmente non se lo sarebbero mai posto: in una non-nave non deve essere sostituito nulla, solo in ciò che è vivo vale la pena farlo.

La soluzione è personale

A questo punto, per quanto riguarda me, il paradosso di Teseo viene risolto in forma personalissima e, certamente, opinabile.

Credo che ogni automobile porti con sé la storia del proprietario: mio nonno sostituì l’accensione della Fulvia con una a transistor, senza la quale nel traffico di oggi la macchina avrebbe spesso le candele imbrattate, e finirei per usarla di rado. Forse il valore collezionistico ne soffre e l’ASI avrebbe qualcosa da ridire, ma a me questo miglioramento permette un uso, se non quotidiano, frequente e godibile del mezzo.

E’ vero: cambiare il tipo di accensione altera l’originalità, così come la riverniciatura o qualunque altra modifica: ho visto di recente alcune Jaguar E-Type la cui finitura è perfetta secondo i canoni del 2017, potendo usufruire delle tecniche moderne di verniciatura, carrozzeria e cromatura: mai nella storia sono uscite macchine così belle dalla fabbrica di Coventry negli anni ‘60, e questi modelli ‘perfezionati’ sono valutati più di una vettura in cui la patina del tempo abbia lasciato i propri segni.

La stessa Jaguar, con il programma ‘e-type reborn’, offre, a cifre ‘premium’ (300K EU), auto immacolate e ‘migliorate’ con, ad esempio, cambio sincronizzato, caliper freni anteriori serie 2 ed altre cose.

Questo elimina ogni residuo senso di colpa per la mia accensione e la mia barra di torsione, dunque!

Per me è così: quando sarà l’ora, e le piccole ammaccature della mia Fulvia incominceranno a darmi fastidio, la farò riverniciare, come fece mio nonno. Forse un giorno monterò ancora l’accensione elettronica realizzata da me molti anni fa. Anche questo farà parte della storia mia e dell’auto.

Una cosa è certa: i miei figli potranno dire che in quelle automobili c’è il tempo passato, da solo o in loro compagnia, ad aggiustare, restaurare, guidare, mentre il tempo che scorre veloce raggrinza pelle e vernice: ma saranno vetture storiche, perché avranno avuto una storia, non vetture come nuove, lasciate morire in un garage, come denaro in un caveau.

 

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