La matematica ai tempi del colera

Al funerale della Signorina Helli Vebri, professoressa di matematica, ci si poteva contare sulle dita di una mano, prete e protagonista compresi. Altre tre o quattro persone arrivarono in ritardo e per un attimo temetti di sentire la voce della Professoressa Vebri che li rimproverava.

Il rito funebre si svolse comunque in una chiesa pressoché deserta: ‘I Vich i’en sempar soul‘ (i vecchi sono sempre soli).

Silenzio in aula

Helli Vebri era nata per indossare un grembiule nero, o forse era addirittura venuta al mondo così, come in una seconda placenta. Vebri stava al grembiule nero come Callaghan stava alla 44 Magnum: inseparabili.

Il Gen. Jaruzelski

Insieme al grembiule la Signorina Vebri indossava un paio di occhiali alla Jaruzelski, con lenti color ambra. La Signorina Helli Vebri insegnava matematica e quando entrava in classe anche le mosche si sedevano sui banchi; quelle che si attardavano a svolazzare finivano a terra, incenerite. La Signorina Vebri, nel suo grembiule nero, era la matematica, era Jaruzelski, era Callaghan.

‘La Vebri’, così come la chiamavamo, aveva un umorismo acuto, addirittura caustico, che non mi dispiaceva affatto. Quando la classe non capiva era solita dire «va bene, allora proviamo con i somari: un somaro più due somari quanti somari fa?». Anche il generale Jaruzelski, in modo del tutto simile, disse un giorno ai Polacchi, che si ostinavano a scrivere in notazione polacca inversa: «va bene, allora proviamo con la legge marziale». Sia noi che i Polacchi ci facevamo un sacco di risate.

In buona sostanza credo che la Vebri detestasse gli stupidi e ci tenesse a farlo sapere. Un giorno che il bidello entrò in classe chiedendo dove fosse la collega di Italiano, la Vebri si alzò, guardò nel cestino dei rifiuti e disse «qui non c’è».

La vacanza ai tempi della scuola

Superati gli scogli bolscevichi della preside Vergalli alle scuole medie e approdato al Liceo Lazzaro Spallanzani di Reggio Emilia, Sezione A di tedesco, la mia carriera di giovane sciatore era spesso un caso di discussione in consiglio di classe. I professori non sapevano cosa fare di uno studente che pretendeva di assentarsi per mesi durante le lezioni e che, in più, quando si presentava a scuola era abbronzato come un bagnino.

La Vebri mise subito le cose in chiaro: «Ferrari, che tu ci sia o meno è un problema tuo, non mio: se alla fine dell’anno sai la matematica da due, ti do due – se la sai da otto, ti do otto».

Fu così che durante la prima liceo, presente nel mese di febbraio solo il giorno 14 e ricomparso in classe il 25 marzo, mi trovai matematicamente in un mare di guai, fino al punto di meritarmi un voto «così brutto che te lo do a matita perché spero di cancellarlo…». Comunque, dopo diverse settimane di studio, andando anche a lezione privata alle sette del mattino, dimostrai di avere recuperato e fui promosso con un meritatissimo sette.

La Vebri era stata di parola, e io, che avevo garantito sul mio impegno scolastico nonostante le assenze, fedele a zia Claudia che diceva “ogni promessa è debito per un galantuomo”, pure.

In ossequio al proverbio, anche ogni promessa elettorale dei galantuomini che ci governano è debito pubblico. Ciò prova senza ombra di dubbio che la voragine del debito pubblico è colpa della mia povera zia.

La matematica ai tempi del colera

Le generazioni passate amavano i purganti. Ce n’era uno per tutte le occorrenze: Falqui, RIM, Dolce Euchessina, e altri che non ricordo. Meglio dell’olio di ricino, che era passato di moda, ma con uguale effetto punitivo. Nonna Nilde era solita dire che «la prima cosa è l’intestino».

Mussolini, Stalin, mia nonna: personaggi fortunatamente diversi, ma comunque felici dispensatori di purghe.

Erano gli anni in cui quando si andava in colonia, per prima cosa veniva data una bella regolata intestinale a tutti, messi in fila come soldatini: più che preoccuparsi per il benessere dei fanciulli, credo che le suore volessero mettere in chiaro fin da subito chi comandava.

La campagna pubblicitaria della Dolce Euchessina merita una riflessione a parte: la Dolce Euchessina, Iddio ne stramaledica lo slogan, veniva data ai bambini buoni. Tragica fu la sorte toccata ai vincitori del Premio Livio Tempesta, quello che incoronava il bambino più buono dell’anno. Per tutto l’anno.

Luciano Lutring, Vallanzasca, la Banda Bassotti, Macchia Nera e perfino Diabolik scelsero fin da piccoli il crimine, per non finire sulla lista dei bambini buoni, a cui dare l’Euchessina.

E così la nonna Nilde, officiante del Rito Liberatorio, presso cui spesso mi fermavo a dormire, decise un giorno che il mio colon era un peccatore da redimere.

Gli orari delle lezioni del giorno dopo prevedevano una prima ora di matematica, proprio in coincidenza del previsto attacco di colera.

La classe II sezione A era al primo piano. Arrancai su per le scale mentre incominciavo ad avere le doglie da parto: stavo da cane. Nel momento esatto in cui entrò la Signorina Vebri, le chiesi di uscire. Gli occhi dietro le lenti scure si chiusero leggermente e mi scrutarono: «va bene, esci». Scesi le scale piegato in due, strisciai miracolosamente fino al bagno, e lì rimasi per circa un quarto d’ora.

Lavoro estivo

Fra la prima e la seconda liceo, per evitare di ritrovarmi a recuperare matematica a fine anno, andavo a lezione per mettermi avanti con il lo studio: arrivai a fine estate conoscendo già il programma di seconda. Matematica mi piaceva e la maneggiavo abbastanza bene.

Non vedendomi tornare, la Vebri aveva mandato il bidello a cercarmi. Bussò alla porta del bagno: «Ferrari, la Vebri è fuori dalla grazia di Dio, vieni fuori». Arrivai in classe: la Vebri era furibonda: «Ferrari, stai bene o stai male??» urlò verso di me. «Sto bene». «Stai bene o stai male?», gridò ancora, proseguendo «perché se stai male vai a casa, se stai bene sei interrogato». «Prima stavo male, ora sto bene», risposi, mentre la professoressa continuava «Perché vi faccio passare io la voglia di uscire per non farvi interrogare, come vi insegnano quelli di quinta!». «Allora, prima stavo male, ora sto bene!», risposi risentito. «Allora vieni alla lavagna!».

La Vebri conosceva molto bene sia la materia che il proprio mestiere e le bastò poco per insospettirsi: dopo una decina di minuti terminò l’interrogatorio, che interrogazione è riduttivo, chiedendomi: «Ferrari, sai anche quello che viene dopo, nel programma?». «Sì Prof, dopo c’è la risoluzione delle equazioni di secondo grado».

Finito il liceo, mi capitò di rivedere un paio di volte la professoressa Vebri: mi parve di capire che da pensionata viaggiasse abbastanza, ma che fosse rimasta molto sola. Sono certo di essere stato l’unico studente che le rese omaggio partecipando al funerale. Per alcuni tremenda, comunque urticante, ma con me intellettualmente onestissima. E’ stata uno dei migliori professori che io abbia avuto.

“Ci sono uomini che nascono con un cucchiaio d’argento in bocca. Alcuni nascono per sventolare una bandiera. Altri nascono rossi, bianchi e blu.” (Creedence Clearwater Revival – Fortunate Son).

Alcuni nascono per essere professoresse di matematica, e sotto il grembiule nero portano occhiali calibro 44 con grandi lenti ambrate.

PS: purtroppo non sono riuscito a trovare alcuna foto della Signorina Vebri scattata durante gli anni dell’insegnamento. Quella distribuita al funerale, come capita spesso, è la triste foto di una vecchia pensionata e non ha nulla a che vedere con la Vebri degli anni d’oro. Ho deciso, perciò, di non pubblicarla.

Autore dell'articolo: Maurizio Ferrari

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